La mia famiglia ed io non ci siamo illusi che ritirandoci in campagna, da soli, potessimo risolvere i vari problemi che affliggono la nostra società: spreco risorse, consumo di risorse non rinnovabili, cambiamenti climatici, ecc.
Il nostro è un primo piccolo passo, bisogna impegnarsi perché il “sistema” attuale basato sul finanz-capitalismo [1] possa cambiare, per portare gli individui e le collettività a rispettare se stessi, gli altri e l’ambiente.
Per fare questo da diversi anni mi impegno nello studio di nuovi stili di vita e di un modello economico che, se messo in pratica, permetta un mondo migliore, per tutti.
Da quando ho lasciato il comitato direttivo della multinazionale in cui lavoravo, sono alla ricerca di:
Un’economia che rispetti le persone, siano queste lavoratori o consumatori
Un’economia che rispetti l’ambiente e la biodiversità preservandoli per le generazioni future
Un’economia orizzontale che sostituisca gradualmente quella verticale capitalistica
Un’economia che “fa” con quello che ha localmente
Un’economia che non preveda lo scarto, il rifiuto
Un’economia resiliente
Insomma un’economia che riprenda i meccanismi della natura
Questi metodi vanno oltre all’analizzare i problemi e al fornire soluzioni rapide come accade nel pensiero economico insegnato e approfondito nelle scuole tradizionali.
Questi sono i vincoli che ritengo debba avere un processo economico-sociale.
Questa è l’economia blu generata dal modello sistemico.
Gunter Pauli, ideatore dell’economia blu, dichiara che bisogna ispirarci alla natura per ridurre l’inquinamento e creare nuovi posti di lavoro, trasformando in prodotti redditizi materiali generalmente sprecati, ispirandoci ai principi fisici, utilizzando tecniche scientifiche come la biomimesi, che si basa sullo studio e l’imitazione delle caratteristiche delle specie viventi, per affinare nuove tecniche di produzione e per il miglioramento di quelle esistenti.
Ispirandoci alla natura e al funzionamento degli ecosistemi, si può creare, secondo Gunter Paoli, un nuovo modello economico che vada oltre quello della “economia rossa” che ci ha condotto alla crisi che stiamo vivendo, consumistico, basato sul core business, sul profitto immediato e che non considera gli effetti collaterali come il prosciugamento delle risorse naturali e l’indebitamento delle persone.
L’economia verde, la cosiddetta green economy in che rapporto si pone?
La green economy con l’intento di proteggere l’ambiente porta a maggiori investimenti per le imprese e crea prodotti più costosi. Un modello per chi se lo può permettere e non per tutti!
Inoltre, mentre l’economia verde prevede una riduzione di CO2 entro un limite accettabile, l’economia blu prevede di arrivare ad emissioni zero di CO2.
Il punto di forza dell’economia blu è una forma di sviluppo che non ostacola le possibilità delle generazioni future, avendo cura del patrimonio e delle riserve naturali esauribili, “riportandoci a tessere i legami sociali che si sono sciolti negli ultimi decenni”, aumentando i posti di lavoro e riducendo i costi dei prodotti.

In quest’ottica dalla collaborazione tra la Fondazione Zeri di Gunter Pauli e il Politecnico di Torino è nata la metodologia del Design Sistemico sviluppata dal Gruppo di Ricerca coordinato dal prof. Luigi Bistagnino.
Il Design Sistemico è una metodologia progettuale che può essere applicata a differenti settori produttivi: dall’industria manifatturiera, alle filiere agroalimentari, ai servizi. Questa metodologia è volta a ridurre l’impatto ambientale generando al contempo un notevole flusso economico attraverso l’analisi, la conoscenza e la riprogettazione dei flussi di materia e di energia. Il Design Sistemico ha la capacità di coinvolgere i soggetti di un sistema, generando una rete di relazioni che porta vantaggi al singolo e all’intero sistema. Questo approccio progettuale è adottato ad esempio dalle Officine Sistemiche, gruppo torinese di ecodesigner.

SI PUO’ FARE!
-In Sardegna l’ex stabilimento petrolchimico dell’ENI di Porto Torres verrà trasformato nella prima bioraffineria integrata al mondo, valorizzando materie prime rinnovabili, come olii vegetali da cardo, e utilizzando terreni marginali, non coltivabili ad uso alimentare, dove cresce spontaneamente il cardo. Il futuro risiede nella re-industrializzazione dell’economia e nel collegamento della produttività della terra con prodotti e servizi di qualità, semplicemente utilizzando, in questo caso, delle erbacce spontanee e il capitale di investimento esistente (i vecchi impianti petrolchimici che non sono più competitivi e inquinano l’ambiente).

-Uno studio condotto dal prof. Bistagnino sull’Alta Val Sangone in Piemonte, dimostra che, trasformando quell’area in ottica sistemica si otterrebbe un aumento del giro d’affari del 635%, passando dai 4,9 milioni di euro attuali a 36 milioni, con un aumento dell’occupazione del 35%. E i milioni potrebbero diventare 41 se si considerassero anche le 26 nuove attività che potrebbero nascere, dalla fitodepurazione alla produzione di detergenti, dall’artigianato della lana alla maltazione.
In concreto, le diverse attività economiche cooperano tra loro, con un beneficio per tutti: attraverso un ripensamento dell’uso della superficie agricola della valle (oggi in buona parte destinata al pascolo), per esempio, si potrebbero produrre localmente il 100% di frutta, verdura, carne bovina e latticini, attualmente per la maggior parte provenienti da fuori. Gli scarti agricoli e i reflui zootecnici potrebbero essere l’input per la produzione di energia rinnovabile. Dall’agricoltura potrebbero venire materie prime locali per molte attività economiche, dalla gelateria al panificio, che oggi usano rispettivamente il 20% e lo 0% di prodotti locali.
Si tratta di un nuovo modo di affrontare il progetto, i processi produttivi e ottenere prodotti sostenibili. L’output di un sistema è l’input di un altro. Si progettano i flussi di materia e di energia che fluiscono da un sistema all’altro, tendendo a zero emissioni, concretizzando un nuovo modello economico-produttivo, generando una comunità fortemente relazionata e connessa consciamente al proprio territorio. Oggi il 60-80% delle risorse di input di un processo produttivo diventa prodotto – che a fine vita va spesso in discarica – mentre il restante 20-40% è costituito da scarti ed emissioni atmosferiche. Nel modello sistemico proposto, non esistono scarti, ma solo materia non usata in un sistema, che diventa risorsa per un altro. Tutti i materiali hanno lo stesso valore, tutti i sistemi valgono uno e sono fortemente interconnessi: è un legame solido, che non si basa sulla finanza, ma sulle relazioni, e genera un’economia durevole. Alla ricerca hanno partecipato molti partner del territorio, mentre le valutazioni economiche sono certificate da Deloitte, soggetto esterno che ne assicura la validità. [2]

RESPONSABILITA’ DELLA SCUOLA
Quello indicato è un processo virtuoso che può far ripartire l’economia globale, ma che potrà essere realizzato unicamente se si rivedrà il sistema educativo. Secondo Pauli è folle continuare a non dare alla natura l’importanza che ha. Ma ancor più lo è un’istruzione che non permette ai giovani di immaginare un mondo diverso. Come si può passare dalla società e dall’economia della scarsità a quelle dell’abbondanza solamente “con ciò che già abbiamo”. Per l’economista sono proprio i giovani che possono cambiare in meglio le cose, anche senza soldi e senza esperienza. Come? “Tornando a sviluppare la propria immaginazione”. Anzi, “la precondizione per rilanciare l’economia è proprio la mancanza di esperienza in questo tipo di sistema”, ricordando che la natura, ben più di esperti e scienziati, sia la vera maestra se si vuole re-imparare non solo a vivere con essa, ma anche fra di noi, ricostruendo i legami sociali.

LE COMUNITÀ COME ATTORI DEL CAMBIAMENTO [3]
“Il cambiamento è la chiave per attuare il cambiamento da un modello altamente competitivo che trova nella delocalizzazione di risorse, capitali e persone la risposta cieca a una crisi non soltanto economica che continua a rompere legami tra le persone e tra le persone e il territorio in una crisi ambientale e valoriale in continuo aumento.
Come cambiare? Come proporre il cambiamento?
La risposta non è di facile soluzione, per rispondere alla crisi è necessario uscire dallo schema che l’ha generata e iniziare a pensare out of the box in un’alleanza multidisciplinare che intessa anche e soprattutto il mondo dell’Accademia verso proposte che possono talvolta sembrare “stonate” ma che si aprono verso nuove prospettive di ricerche e di lavoro.
In questa prospettiva, l’approccio sistemico rappresenta un pensiero concreto che va in questa direzione rifocalizzando l’attenzione nella possibilità di scelta di un consumatore che puo’ diventare coproduttore e co-realizzatore di un nuovo modello non solo economico ma anche sociale.
Le piccole comunità che in qualche modo fanno eco ai piccoli gruppi della teoria sociale di Kurt Lewin possono forse essere lo scenario in cui il cambiamento si puo’ attivare, riannodando pazientemente legami a diversi livelli. Chi sono gli attori del cambiamento? Le persone, cittadini informati e consapevoli di poter agire per il benessere e per la salute propria e della propria comunità, dovunque essa sia. Quale modello imitare? Quello della Natura in cui ciascuna parte partecipa a un progetto comune senza che nessuno ne rimanga escluso.
Utopico? Non c’è modello sociale più longevo di quello proposto dalla Natura e forse osservarlo con un po’ più di curiosità potrebbe aprire nuovi orizzonti davvero interessanti”

CAMBIARE NONOSTANTE LE DIFFICOLTA’ CULTURALI E GLI INTERESSI DI CHI NON VUOLE
Riporto un’intervista a Martin A. Blake [4]: “Nella storia vi sono diverse fasi che si ripetono. Quando si comincia a parlare di un approccio diverso, all’inizio la gente non ci crede. Poi, gradualmente, le persone in grado di comprendere che può funzionare ma che può anche minacciare lo status quo faranno in modo che sembri una sciocchezza, o che sembri irrealizzabile, o troppo costoso o troppo difficile. E poi, progressivamente, le persone cominciano a vedere e a riconoscere la bontà del nuovo approccio: “Funziona! È così che dobbiamo fare!”. Io non voglio combattere il modello esistente: è troppo difficile. Quello che dobbiamo fare è creare un nuovo modello che renda obsoleto quello precedente. Quando le persone si accorgeranno di quanto è obsoleto, l’abbandoneranno, aderendo al nuovo sistema. Pertanto non voglio criticare, o combattere, o litigare riguardo al vecchio sistema. Quello che vorrei fare è creare esempi di buone prassi, modelli di buone prassi capaci di attirare le persone. Mi piace molto aiutare l’Italia e gli italiani a tornare alle origini del lavoro nei campi; processi sviluppatisi in migliaia di anni, adesso vengono progressivamente abbandonati non per problemi legati alla terra o alle metodologie di lavoro: è il grande sistema delle banche, della finanza, della catena di fornitura, della grande distribuzione, dei mercati internazionali a mettere in difficoltà i piccoli fornitori e la piccola industria. Dobbiamo aiutarli a tornare alle origini e a unirsi secondo i principi della Blue Economy (..) dobbiamo guidare le persone verso il nuovo modello. Si tratta di un modello che supporta un nuovo modo di essere, un nuovo modo di lavorare e un nuovo modo di vivere, che fa sì che le persone abbiano rispetto di se stesse, che fornisce loro autonomia e il controllo del loro futuro: esse non saranno più soggette al controllo di altri, da uffici lontani da loro migliaia di chilometri”.

CONCLUSIONI
È insensato continuare a chiedere ai potenti di fare il contrario di quel che fanno, è assurdo aspettarsi da loro i cambiamenti. Dobbiamo maturare la consapevolezza che ogni nostra azione può avere delle ripercussioni sulle persone e sull’ambiente. Per superare la crisi che viviamo oggi dobbiamo imparare a navigare tra realtà, visione e fantasia e il cielo sarà sempre più blu!

A presto e … state in campa(g)na!
Alberto

 

Articolo Originale

italia-che-cambia