Per far fronte alla “crisi” da molti anni i media ci trasmettono soluzioni che sono lontane dalle possibilità di azione del singolo, soluzioni che ci costringono ad attendere che qualcun altro, più potente,  faccia qualcosa. In questo modo aumentano il nostro senso di impotenza e la nostra dipendenza da un “sistema” che ogni giorno dimostra di dimenticarsi degli individui, trasformati in ingranaggi di una macchina spenta.

Invece di parlare di crescita, di pil, di spread, vorrei sottolineare l’importanza, in questi momenti, di parlare di “solidarietà”; un “nuovo” amico, don Bruno, nei giorni scorsi affermava: “aiutarsi è la nuova economia”.

Allora mi sono venute in mente le parole di un “vecchio” amico, Giorgio Ferrero, con cui condivido molte riflessioni e molti sogni.  Vi riporto nel mio blog un suo scritto del 2011 ancora molto attuale:

LE DUE POVERTA’ di Giorgio Ferrero

La ripresa della nostra Regione stenta. Permangono anni difficili non solo per l’economia e non solo per il Piemonte. Le tendenza fa registrare una scomparsa di 1500 imprese agricole all’anno, mentre quelle che rimangono vivono la più grande crisi che probabilmente si sia mai registrata nel dopoguerra. Prezzi bassi , mercato in crisi , grande distribuzione imperante, finanza sui prodotti alimentari , suolo oggetto di speculazioni edilizie e urbanizzazioni selvagge , credito inadeguato.

Queste sono alcune delle difficoltà che il settore agroalimentare vive. Sono però dati allarmanti nella nostra terra che in questa economia cerca futuro, perché questi indicatori di scomparse di imprese e diminuzione dei consumi alimentari ci portano indietro allo spettro della povertà. Una parola di altri tempi divenuta oggi di estrema attualità .

Sono figlio, nipote e pronipote di contadini Piemontesi. Amo la mia gente e la cultura della mia terra. Ho appreso dai racconti delle persone anziane narrazioni di fatiche, di miserie, ma anche di solidarietà. Nelle nostre famiglie fino al secondo dopoguerra era un DOVERE morale e religioso offrire un piatto di minestra ai mendicanti (“ ligere” ) che attraversavano i nostri paesi. Ospitati, spesso anche a dormire, nel caldo delle stalle. Eppure in quelle famiglie mancava il necessario per sfamare, nel senso autentico del termine, tutti i suoi componenti .

Oggi, sentendo la retorica nauseabonda su questi fratelli nordafricani, non posso che domandarmi se sia più grave la povertà allarmante della nostra economia oppure quella del nostro animo. Se veramente siamo diventati incapaci di leggere i motivi della crisi mondiale e individuarne i colpevoli o siamo così superficiali da far naufragare il tutto in uno scontro tra le vittime di questo sistema.

A mio parere oggi più che mai è necessario lavorare su due filoni. Il primo per la ripartenza dell’economia con visioni nuove e molto diverse da prima , perché ci sia lavoro e speranza per tutti e si possa scongiurare la nuova povertà . Il secondo che però ritengo ben più importante, è la povertà dell’animo umano , che leggo nelle grida contro il forestiero che si avvicina alle nostre case , la totale indifferenza e insofferenza verso chiunque essere umano chieda aiuto. Vedo sempre più mendicanti veri o presunti che per attivare il sentimento di pietà si accompagnano ad un cane !

Se la povertà dell’avere ci fa paura , la storia della nostra gente ci insegna che si può sconfiggere, ma è necessario avere attitudine al lavoro e ricchezza d’animo. Se viceversa si indebolisce la qualità delle persone , il loro modo di stare insieme , la perdita delle loro radici, si va incontro alla vera povertà quella ben più difficile da sconfiggere perché sta dentro di noi . Ed è in questo contesto che ognuno di noi deve trovare il coraggio impopolare di testimoniare la ricchezza lasciataci dai nostri avi contadini, perché il silenzio in questo periodo è troppo forte, quasi assordante.

Grazie Giorgio

A presto e … state in campa(g)na!

Alberto